HOMO DIGITALIS

Vincitore Premio Ora

Galleria Marconi, Cupra Marittima (AP)
13 gennaio - 10 febbraio 2018
a cura di Dario Ciferri

È una domanda che mi pongo spesso: «Cosa resterà della nostra epoca e come sarà considerato quanto fatto dalla nostra specie dai nostri discendenti?». Non è una questione da poco, il modo in cui consideriamo il passato è mutato nel tempo, a seconda delle evoluzioni del pensiero, però non possiamo sapere quale sarà il pensiero umano che verrà. A partire dagli anni '80 del XX secolo si è assistito a una vera e propria rivoluzione, che non è stata solo industriale, ma anche sociale e, potenzialmente, antropologica, specie se consideriamo quanto si sta prefigurando con i cosiddetti "millennials". Una particolare evoluzione dell'Homo Sapiens è apparsa: l'Homo Digitalis. Un Homo che ha l'informatica e l'elettronica come elemento centrale e che si basa sulle potenzialità dell'informatica e sulla crescita esponenziale di comunicazione e scambio offerta dalla rete. Morgan Zangrossi ha realizzato i reperti industriali di questa specie. Allo stesso modo con cui noi abbiamo musealizzato, punte di lancia, gioielli, elmi o spade, l'artista ha reso reperti alcuni oggetti che sono fondamentali per l'essere umano di questo tempo. Ha preso macchine informatiche degli ultimi 25 anni e parti di esse e li ha deteriorati e mutati, ossidandoli grazie all'uso di vernici e acidi. Tutte le opere sono, e non sarebbe potuto essere altrimenti, a grandezza naturale. Il processo non ha lasciato fuori ovviamente gli ultimi sviluppi tecnologici, come tablet e smartphone, perché questi oggetti hanno interessato l'ulteriore diffusione di massa della rete e dei social network. Al pari di alcuni oggetti dell'antichità, ritrovati nelle tombe, questi oggetti stanno diventando per taluni oggetti con una valenza religiosa e di culto. Morgan non dice in che epoca ci troviamo né che opinione ci sarà in quel tempo su di noi, forse perché quella dipenderà dal modo in cui noi sapremo e vorremo rispondere alle questioni che si aprono e che spesso ignoriamo per il nostro tornaconto immediato. Economia, ambiente, migrazione, civiltà, uguaglianza, diversità, libertà, schiavitù, religioni, malattia, idee, vita, morte sono tutte questioni che non sono ignorabili e non possono essere considerate solo singolarmente.Partendo dal lavoro di Morgan, Mizar Gaia Astrid Tagliavini ha progettato una breve performance di teatro-danza che partendo dall'anno 2308 riporterà un uomo ossidato nella propria condizione al presente, in un viaggio all'indietro che lo libera attraverso la cultura e il contatto con il prossimo. Il rapporto con il prossimo forse potrebbe essere la chiave per poter riflettere su tutte le questioni irrisolte del nostro tempo, non solo con il nostro prossimo di ora, ma anche di quello che verrà. In fondo il digitale ci ha posto davanti a un nuovo modo di intendere l'uomo, del modo in cui si percepisce, si manifesta, si mostra, è. Se riusciamo a andare oltre le ipocrisie del politicamente corretto, potremmo vedere che stanno aumentando xenofobia, odio, razzismo, attacchi verso gay, disabili, stranieri, donne, diversi; o forse la rete ha solo tolto il velo sulle parti deteriori dell'essere umano, quelle che in qualche modo cerca di nascondere nel mondo reale. L'informatica ha permesso all'uomo un'evoluzione incredibile che non possiamo sapere come evolverà ancora, però potrebbe essere il momento che l'Homo Digitalis inizi a pensare cosa lascerà di sé, lavorando sulla cultura, sul rispetto e sul rapporto con gli altri, perché altrimenti potrebbe anche accadere che nessuno mai costruisca un museo sui suoi manufatti.«Esistono ragionamenti che trovo da sempre interessanti: quello che mi è stato proposto dal progetto artistico di Morgan Zangrossi è uno di questi. Essere trasportati nella sala di un museo di un futuro venturo, osservare quello che la nostra epoca potrebbe lasciare ai posteri, vedere come questi potrebbero considerare quanto abbiamo lasciato loro mette nella possibilità di spostare lo sguardo sul presente e vedere la contemporaneità in modo diverso» .

(Dario Ciferri)